L’Abbazia di S. Maria di Cerrate

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Un mesetto e mezzo fa, dopo essermi giunta la notizia della riapertura dell’Abbazia di Santa Maria di Cerrate non ci stavo più nella pelle e non vedevo l’ora di visitare questo luogo tanto colmo di storia che non potevo assolutamente perdere. Al momento questo bene fa parte del patrimonio FAI ed la prima struttura acquisita in Puglia

Secondo le leggende, l’Abbazia di Cerrate fu commissionata dal Re Tancredi d’Altavilla, conte di Lecce, che visse tra il 980-990 e il 1041, che durante una battuta di caccia, inseguendo una cerbiatta in una grotta, gli apparve la Madonna. È proprio per questo motivo che decise di far costruire l’Abbazia di Cerrate. Molto più probabilmente fu costruita agli inizi del XII secolo quando Beomondo d’Altavilla figlio del valoroso Roberto il Guiscardo vi insediò un cenobio di nobili monaci greci basiliani, seguaci della legge di San Basilio Magno.

Secondo la tradizione questi monaci basiliani abitarono stabilmente a Cerrate dalla metà del XII secolo, infatti questo è proprio testimoniato da una vivace attività di biblioteca e da uno scriptorium. Nel 1531 l’Abbazia entrò sotto il controllo dell’Ospedale degli Incurabili di Napoli e dalle documentazioni pervenute si deduce che il complesso aveva già raggiunto una struttura ricca e articolata. Attorno alla chiesa si affiancarono diverse strutture di diverse provenienze da periodi diversi, come la Casa Monastica e la Casa del Massaro che risalgono al XIX secolo, un edificio che si presupone sia stato una stalla dei primi decenni del XVI secolo e il pozzo in pietra leccese del 1585 che attesta la presenza di una cisterna e alcune leggende dicono che vi si nascondesse un tesoro, “l’acchiatura”, nella direzione in cui guardava l’uomo scolpito in cima al pozzo. Per proteggere il tesoro durante tutte le scorrerie turche del 1700, all’angioletto fu tolto il viso.

Nel 1711 a causa delle scorrerie turche, l’Abbazia precipitò in uno stato di totale abbandono fino al 1965, anno in cui, grazie l’intervento della Provincia di Lecce, iniziarono i primi lavori di restauro; dal 2012 il complesso è stato affidato al FAI in concessione trentennale per restaurarlo e riaprirlo al pubblico.

Il primo elemento che ci rapisce entrando in questo complesso abbaziale è la Chiesa di Santa Maria di Cerrate costruita in stile romanico pugliese che fu il fulcro dell’abbazia. Sulla facciata a salienti si colloca il rosone centrale. Il portale è sormontato da un’arcata con bassorilievi che riportano ad alcune scene dell’antico testamento: innanzitutto l’Annunciazione, riconoscibile dalla Vergine a sinistra e l’Angelo a destra, poi in successione la Visitazione, la Processione dei Re Magi e la Natività. L’ultima scena dopo diverse interpretazioni si è giunti alla conclusione che è la Lavanda del Bambino. Ai lati, alla base dell’arco, proprio sopra i capitelli dalle foglie di acanto, due maialini ai lati che ti guardano mentre stai per entrare in chiesa. Il maialino è sempre stato considerato un animale impuro e rappresentato così all’entrata di una chiesa, chiede all’uomo di liberarsi di tutte le sue impurità prima di entrare.

La chiesa all’interno è divisa in tre navate con absidi, si trovano anche delle decorazioni in stile romanico salentino, risalenti dal XII secolo in poi. L’interno della chiesa veniva continuamente affrescato e tramite l’antica tecnica della picchiettatura, si picchettava sull’affresco precedente per fare aderire la successiva decorazione ad affresco. Durante i restauri effettuati nel 1965 sono state adoperate delle tecniche restaurative che non proprio salvaguardavano il bene, infatti tramite la tecnica dello strappo, largamente utilizzata in passato, si strappavano dalle pareti gli affreschi per visualizzare, come in questo caso, gli strati precedenti.

Un metodo che a mio avviso è molto primitivo, perché in un certo modo non si va altro che a deturpare quello che laboriose mani nel corso dei secoli hanno costruito, giusto per la bramosia di scoprire i precedenti strati. È un po’ come se si trovasse una casa incredibilmente affrescata, costruita su una pietra preistorica e si tira giù la casa per vedere la pietra preistorica. Così si è perso completamente tutto. Infatti, è bruttissimo entrare nella chiesa e sapere che i dipinti che la adornavano sono in esposizione in un’altra stanza e quello che rimane nella chiesa sono solo qualche traccia di alcuni dipinti preesistenti. Sinceramente, avrei preferito riportassero i dipinti proprio nel posto dal quale erano stati strappati.

Ad ogni modo il FAI, insieme all’Istituto Centrale del Restauro di Roma, tramite studi, analisi diagnostiche, campionature ha fatto si che il restauro prevedesse una fase di pulitura (con la tecnologia laser per le parti più tenaci), e quindi la rimozione delle tracce degli antichi restauri e la reintegrazione restituendo in questo modo alle pitture murarie la trasparenza e l’antica brillantezza, recuperandone anche delle iscrizioni in greco.

C’è da dire però, che a causa della tecnica dello strappo, alcuni residui dei dipinti sono rimasti sul muro destro di questa chiesetta, ovviamente sconnessi tra di loro perché risalenti a diversi periodi storici e perché probabilmente ricostruiti in modo casuale in seguito ad un probabile crollo.

Sulla parete sinistra invece si possono osservare San Giorgio, San Demetrio, Sant’Anna e San Gioacchino picchettati, perché come dicevo prima con la tecnica della picchiettatura preparavano il muro con l’intonaco fresco per fare aderire meglio un nuovo affresco, fino ad arrivare alla fine della navata centrale. Qui si trova il baldacchino con incisioni in greco bizantino e cinque vescovi che indossano l’omophiron con piccole croci che la tradizione vuole risalenti a prima degli inizi del XIII secolo, tra i quali sono stati riconosciuti San Giovanni Crisostomo e San Nicola di Myra.

Sono 3 gli altari che si notano entrando nella chiesa, dei quali 2 furono lasciati dov’erano, dedicati uno a Sant’Irene e l’altro a Sant’Oronzo e un terzo altare posizionato sulla terza colonna della navata di sinistra che, testimonianze storiche, lo vogliono realizzato nel 1642 dall’economo della Casa degli Incurabili di Napoli Giovanni Battista Pagano. I pezzi dell’altare dedicato a Sant’Irene, che quelli dell’ampio baldacchino nei primi anni Settanta vennero smontati durante i restauri e abbandonati fuori dalla struttura alle intemperie fino a quando il FAI non prese la gestione della struttura.

Altri ambienti sono visitabili all’interno della struttura come ad esempio l’antico frantoio, il mulino, il forno, l’officina, oltre ad una sezione interamente dedicata ad oggetti monastici molto particolari, tra i quali uno stampo di eulogie pasquali antiche, quindi destinato alla produzione del pane benedetto per l’omelia del periodo pasquale.

Ad ogni modo il FAI sta ancora ristrutturando la struttura e presto nuovi ambienti potranno essere visitati come ad esempio quelle che si presuppone fossero le stalle e le aree dedicate al cenobio, secondo il cui ordine monastico i monaci dormissero in celle o romitori autonomi ma pregassero e lavorassero tutti insieme.

Altre stanze sebbene di ridotte dimensioni sono state adibite a sale per congressi e meeting dalle quali si gode una visuale incredibile sull’Abbazia.

Per info, orari e prenotazioni biglietti on line andate sul sito del FAI che vi sto linkando qui.

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